Associazione Giovanni Testori

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Sergio Ferrero: vi racconto Testori

SERGIO FERRERO: VI RACCONTO TESTORI

Nel 1948, o ’49 che fosse, una primissima leggenda doveva già circondarlo, se il ragazzo che ero si sentì tenuto ad andare a vedere i quattro Tondi con evangelisti, rigorosamente astratti, che Gianni aveva dipinto in San Carlo. Nella libreria dove ero impiegato lo trattavano con grande considerazione, e soltanto il direttore aveva diritto a occuparsi di lui, a offrirgli un certo tipo di libri, pubblicazioni di arte e di letteratura che, una volta ottenuta la sua approvazione, venivano consigliati

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ad altri clienti di altrettanto validi interessi culturali. Lo ritrovai due anni dopo. Con mio fratello avevo aperto una bottega di antiquariato dove lo vidi entrare una mattina: non facevo più il libraio? Mi usò ancora la compiacenza di ammettere che mi aveva riconosciuto. Subito dopo, severo, quasi minaccioso, mi investì: quello che avevamo esposto in vetrina, non mi illudessi, non era un Pitocchetto, al massimo un discreto imitatore.

Né mio fratello né io avevamo sperato che fosse niente di più; accettammo

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dunque di buon grado il verdetto e gli mostrammo altre tele e i mobili di cui pareva interessato. Abitava a pochi passi, ci disse, e non avrebbe mancato di tornare. Tornò, infatti, comperò alcune cose, ci segnalò a clienti cui vantò - ci rilevarono essi stessi - il nostro fiuto di antiquari e la nostra onestà. Così diventammo amici.

Gianni aveva allora un appartamento all’ultimo piano di un palazzo in piazza Maria Adelaide e almeno una volta mia cognata e mia nipote, che abitavano proprio di fronte, furono

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sul punto di chiamare la polizia perché a notte alta vedevano qualcuno passare con una torcia in mano, da una stanza all’altra di un appartamento gremito di quadri, in una sequenza del tutto adatta a suscitare i sospetti di un furto.

A quell’ora, con le finestre spalancate sulla notte, era Gianni a guidare qualche fortunato visitatore alla scoperta dei suoi tesori. Nella piena luce del giorno ebbi occasione di vederli finalmente anch’io; i Fra’ Galgario, i Pitocchetto, i Morlotti, i primi Vallorz e i primi Varlin che mi accadesse di scoprire,

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e almeno uno straordinario Courbet, un cinghiale ferito sullo sfondo di una valletta soffocata dalla neve che mi emozionò profondamente. A Parigi, dove capitavo spesso, in una galleria della Rive Gauche, vidi una mostra di piccoli formati di Géricault. Non mi sembrò inutile proporre alla segretaria di segnalarli a un «eccellente studioso italiano». Gianni Testori, fui benevolmente avvertito, era ben noto e stimatissimo anche in Francia. Nei «Gettoni» di Vittorini lessi Il dio di Roserio; lessi poi, appena

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uscito, Il ponte della Ghisolfa e ne feci una breve recensione per «Domus», la rivista di architettura. Gianni me ne fu molto grato e mi cercò. Dico mi cercò perché nel frattempo c’eravamo un po’ persi di vista. Da una all’altro dei nostri incontri Gianni aveva tuttavia preso l’abitudine di farmi eleggere nei dattiloscritti le sue cose. Mi era anche accaduto di proporre alla Garzanti Nebbia al Giambellino. Che fu rifiutato, non ho mai saputo da quali altri lettori della casa stessa editrice.

Ogni volta che tornavo

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a Milano mi accadeva di incontrare Gianni, quasi

sempre alla Scala, altrimenti lo cercavo, per leggere le poesie che nel frattempo aveva cominciato a pubblicare e per vedere i suoi quadri, i suoi disegni. Per un volumetto di Vanni Scheiwiller aveva steso una entusiastica presentazione della prima mostra di un giovanissimo pittore, Enrico Thorn Prikker; con Mario Negri venne sul lago d’Orta a vedere le sculture, a scegliere le tele di Basilio Luoni che poi presentò alla Compagnia del Disegno. E ci fu la mostra, mi pare nel 1971, alla Galatea

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di Torino, quando ebbi in generosissimo dono uno dei grandi Pugili.

Della mostra alla Iolas di Milano mi toccò un disegno per uno dei solenni Nudi di donna. Nello studio di via Brera continuavo ad essere invitato, anzi precettato, per leggere le poesie di L’amore, di Per sempre, per vedere i disegni, nei grandi fogli, ma anche negli album, nei taccuini, che non dovevano più uscirmi di mente e che ritrovo con grande, e anche maggiore emozione. La mia adesione, anzi, il mio entusiasmo era totale di fronte a certi fiori, a certi frutti,

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che la matita nera, grassa, sembrava strappare al

bianco segreto del foglio per rivelarne una straordinaria, quasi intollerabile valenza erotica. Mi veniva fatto, guardandoli, di riferirmi alla Passio Laetitiae et Felicitatis di cui mi si erano scavate dentro certe intonazioni, certi verbi, quel «rododendrarsi de morte» che chiude il romanzo-poema mi soccorreva, ad esempio, come una rivelatrice didascalia a quei disegni. In tali occasioni, a Gianni che aveva la pazienza di ascoltare i miei commenti, di addirittura accettare i miei giudizi,

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cercavo di comunicare la gioia che provavo per la sua fiducia, per la sua stima. Cerco oggi di dire, per quel che mi è dato, quando sia stato importante per me incontrarlo, avere la fortuna di assistere a tante manifestazioni del suo fervore, godere della primizia di tante sue opere, contare per tanti anni, della sua amicizia.

in "Avvenire", domenica 17 maggio 2008, p. 7