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Arbasino su Agosti su Mantegna

Puzzle Mantegna

di Alberto Arbasino da L'espresso, n. 25, 2006

Mostruoso o " meraviglioso” erano termini amati e intercambiabili, fra i brillanti ragazzi d'una volta. Ma attualmente si dà grande importanza alla "ricezione" o "fruizione" di qualunque opera (letteraria, musicale, artistica) da parte di una "utenza" promossa addirittura a coautrice di lavori anche assai impegnativi e fuorvianti. Mettendo da parte - lo vuole anche Enzensberger - le guide e gli esperti che offrono spiegazioni. E magari forniscono

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indicazioni tecniche utili come i depliants degli apparecchi.Allora, un “mirabile monstrum” come il Su Mantegna I di Giovanni Agosti, come può venir recepito dai giovani d'oggi senza un corredo di letture necessarie, o dagli accademici e giornalisti che trattano le opere d'arte solo con termini teorici astratti e pregiudizi ideologicamente corretti? O si fondano in una congerie di indagini e ipotesi controverse? Qui, infatti, Bellezza e Bizzarria vanno insieme, benché non sempre di buon accordo, accompagnate dalla Smisuratezza. E

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il sensazionale accumulo di erudizione archivistica e specialistica, di prima mano, viene organizzato non come trattato dottrinale ma come struttura apparentemente apertissima.Ciò avveniva, di solito, nella tradizione illustre di una narrativa creati va-critica di conversazione e di idee che l'eccelso anatomo letterario Northrop Frye definiva “satira menippea”. Risalendo giustamente al Saryricon del nostro Petronio. Con abbondanti formule suggestive felicemente applicabili a Musil, Joyce, Gadda, oltre che al Don Chisciotte ,e al "Bouvard

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et Pecuchet" nonché al Petrolio di Pasolini: anatomie della melanconia, labirinti di ambiguità, estasi enumeratorie, peripezie picaresche, imbandigioni di citazioni, schidionate, pentoloni, millefoglie, fuochi artificiali! Cioè il trionfo conviviale di una forma frammentaria "strategica" e "tattica", spalancata a urti i venti. L'opposto di un Thomas Mann che anche nel romanzo-saggio chiude tutti i discorsi, tutte le virgolette, tutte le parentesi.La novità "eccentrica" di questo Mantegna

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d'Agosti è che forse per la prima volta la Forma Frammentaria - insigne per secoli nei "convivi" o "calderoni" di corporeita narrativa e oralità poetica e saggistica - viene utilizzata in uno scatenato "opus" di ponderosa erudizione specialistica. Dove anche le più polverose carte, scartabellate con passione, sembrano emanare profumi e aromi mantovani e padovani e lombardi e gonzagheschi ed estensi mai più assaporati dopo le prime pagine "aulenti" del “Forse che sì forse

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che no” dannunziano: con la folle corsa in macchina aperta di un'Isabella decadente fino al palazzo ducale abbandonato dell'altra Isabella, l'autentica, futura preda di Maria Bellonci.Allora, conformandoci alle intrusioni autobiografiche d'Agosti nelle materie colte e sublimi, il tempesta re e il “lasciateci entrare!” dell'Isabella dannunziana al portone “respirante storie di magnificenza, gentilezza, lussuria, tradimento, uccisione” ridesta almeno due rimembranze minime. Una troupe di commedianti fiorentini, battendo invano le porte della

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basilica di St. Denis per veder le tombe di Caterina e Maria de' Medici: "Ouvrez, ouvrez, nous sommes les nièces!” E al duomo di Weimar, sempre chiuso durante la Ddr, ho addirittura fatto "l'italiano alla Alberto Sordi", ma con dollari in mano, per farmi mostrare l'altare di Cranach. Più tardi, a Pratolino, altrettanto sbarrato, un vecchio signore francese: "Faites l'Italien ici”.Qui, nell'intimismo del "vissuto" e del "privato" fra un capolavoro e un documento, e un incontro e un temporale

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e un film, un predecessore d'Agosti (soprattutto nello studio dei bassorilievi romani) fu probabilmente Ranuccio Bianchi Bandinelli. Sempre imperioso, ma quasi patetico nel suo arrivo Anni Trenta - con trenino zoppo, rubar di colombi e del poeta rustico Mistral- al remoto St-Remy-de-Provence. Oggi meta di milioni di turisti in quanto origine dei più mitici Van Gogh, ma allora “paesetto articolo” con scarsi studiosi alle prese esclusivamente con i prototipi della Colonna Traiana. Mentre perfino il nostro maestro Roberto Longhi mascherava

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da “scherzo e divertimento retrospettivo” una sua ricognizione bavarese attraverso il Barocco italiano più démodé. (Proprio accanto alla wagneriana Bayreuth...). Le perlustrazioni e perquisizioni mantegnesche dell'instancabile Agosti procedono assillanti e proliferanti fra terrirori inusua li, carteggi desueti, interazioni fittissime fra la letteratura cinquecentesca minore e dottissime superspecializzazioni moderne.Mode e dei Gusti, naturalmente la Marchesa Isabella si conferma quale temibile “scocciatrice da salotto” caratteristica

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nella vicenda italiana.Invece Agosti pare “salvato dalle acque” grazie al gusto cinematografico. Forse soprattutto per merito di Ejzenstejn e di Fassbinder, che non hanno mai girato sequenze mantegnesche o masaccesche o masolinesche, però aiutano a guardare con "straniamento" e "montaggio" le sfilate romane: le gambe e i corpi e perfino i profili da medaglia in movimento nei "Trionfi di Cesare". E il Classicismo rivisitato nell'aura inevitabilmente affettiva dei rimpianti e rimpalli fra le due indimenticabili

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Mostre del Mantegna: Mantova 1961, Londra 1992. (Tornano così le memorie rimosse. L’andata a Mantova mezzo secolo fa, molto più polverosa di qualunque archivio giacché in spider bianca su strade bianche. Le pagine impressionanti del Longhi sulla sensazionale officina patavina dello Squarcione. E le pubblicazioni come sull'“Odeo” padovano di Alvise Corsaro, donate dal filosofo Andrea Emo per migliorare le mie cognizioni classicheggianti e archeologiche sul trattatista cinquecentesco della "Vita sobria"). Lì,

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nel secolare nido e contesto tra il “top” del gusto antiquario e i saperi delle più raffinate avanguardie. LEGGI LE ALTRE RECENSIONI