Associazione Giovanni Testori

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Testori e Bertelli: intervista esclusiva

In occasione dell'assegnazione a Carlo Bertelli del prestigioso "Premio del Centenario BSI", pubblichiamo un'intervista allo Storico appositamente realizzata per noi da Davide Dall'Ombra.

Quello che riceve dalla BSI è un premio importante non solo per la Svizzera italiana e assegnato prima di lei a grandi personalità della cultura milanese come Giancarlo Vigorelli o Carlo Bo: un riconoscimento a quarant’anni di lavoro come docente, soprintendente e critico d’arte. Se dovesse a sua volta assegnare un riconoscimento ai suoi

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maestri, a coloro a cui deve la sua formazione quali nomi farebbe?

Sono stati soprattutto Roberto Longhi e Pietro Toesca ma direi che c’è anche un terzo: Otto Pächt di cui sono stato grande amico, per tanti anni. Credo mi abbia influenzato molto anche se naturalmente, come italiano, avevo una preparazione che si rifaceva a Toesca e a Longhi. Longhi era un maestro molto difficile perché era inimitabile, il problema con Longhi era di emanciparsi da lui, con Toesca era quello di potersi confrontare con lui, con la sua filologia »
e con Pächt il problema era riuscire a seguire le sue intuizioni, non tanto la sua metodologia, ma la sua grandissima capacità intuitiva, un modo di accostare cose diverse e trovare il filo che le univa. Sono profondamente grato a questi miei tre maestri che sono quelli che mi hanno formato.

Uno degli interventi per cui la città di Milano le deve essere maggiormente grata è aver seguito costantemente il restauro del Cenacolo di Leonardo: un intervento durato più di vent’anni che, malgrado le gravi lacune, ha fatto

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parlare di opera rinata o capolavoro risorto. Recentemente un critico come Giovanni Romano parlando dello stesso Longhi, ma il discorso vale ovviamente anche per Toesca, metteva in risalto che certamente avrebbe scritto diversamente se avesse potuto vedere il Cenacolo come lo vediamo noi.

Toesca è quello che ha veramente inventato la storia della pittura lombarda, non ci fosse stato il suo libro sulla Pittura e Miniatura in Lombardia, la Lombardia sarebbe rimasta una terra incognita. Longhi ha visto della Lombardia soltanto un aspetto, cioè

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il realismo, ma non ha capito che il realismo partiva da Leonardo, c’era naturalmente un realismo precedente, quello di Giovannino De Grassi, il realismo di Pietro da Pavia, che però Longhi non ha considerato e invece Toesca sì, così come Toesca è arrivato a valutare Donato de Bardi e l’influenza di Van Eyck sulla Lombardia. Longhi ha cercato quasi una poetica dentro la Lombardia, trovando realista anche Foppa, e non si è mai reso conto, non ha voluto rendersi conto di quello che era Leonardo; questo per un fastidio

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direi culturale, perché la celebrazione di Leonardo come genio universale gli dava un enorme fastidio. In più Longhi era un letterato molto lontano da quelli che sono gli studi matematici, scientifici che guardava con sospetto. Leonardo gli è sfuggito, completamente, e di conseguenza la sua lettura dell’arte lombarda è una lettura direi quasi di impressioni più che di cognizione profonda, diversamente da un Suida, diversamente dal contributo di studiosi tedeschi o da un nostro studioso che è stato dimenticato,

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Giorgio Castelfranco, che ha studiato bene Leonardo e che aveva un rapporto molto creativo con Savinio e con la cultura del Warburg Institute. Sono dei settori della cultura italiana che a un certo momento sono stati dimenticati perché l’astro di Longhi ha rischiarato molto ma ha lasciato in ombra ciò che non era colpito da quei raggi.

Lei è stato uno dei più importanti direttori della Pinacoteca di Brera: cosa pensa della situazione dei musei milanesi?

Purtroppo Milano ha un po’ battuto la fiacca in questi ultimi anni,

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è stato molto difficile, quasi impossibile, arricchire i musei milanesi con opere anche significative, che avrebbero potuto dare loro respiro. Il tentativo a cui avevo partecipato, ormai vent’anni fa e più, che era quello di Palazzo Citterio e dell’acquisizione delle collezioni d’arte contemporanea è praticamente fallito perché bisognava operare subito, come aveva pensato di poter fare Franco Russoli, ma era un ottimismo di illusioni, più speranze che concretezze. Le cose adesso si sono risolte nel senso che

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non ritengo che Brera potrà affrontare l’arte contemporanea se non a latere: se ci saranno collezioni che saranno donate a Brera benissimo, ma non potrà lanciarsi in un settore che ormai le è precluso; non aver assicurato alle sue sale la collezione Jucker, avere solo una parte della collezione Jesi, una parte della collezione Vitali, non fa un museo all’altezza di Brera. L’arte contemporanea rimarrà sempre marginale per Brera.

Per gli acquisti dei musei comunali purtroppo vedo che le spese sono limitatissime, ci sono

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stati tagli spaventosi in Italia per la cultura e in questi ultimi anni io ho visto grandi ambizioni, con grandi promesse di spese, di nuovi interventi e una fiacchezza intrinseca di idee. Non nasce ancora il vero museo dell’Ottocento, il Museo del Contemporaneo… non ci sono ancora: c’è stato il progetto di Italo Rota, che sarà discutibile ma almeno c’era, invece non si è realizzato; aver cambiato nome a Villa Reale [Da pochi giorni rinominata: “Villa Belgiojoso Bonaparte-Museo dell’Ottocento”, ndr] non ha senso, tanto

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è sempre quella, le cose che ci sono dentro sono quelle che c’erano dieci, quindici, vent’anni fa. Trovo che siano operazioni di rilancio fatte più per i media che per un lavoro serio.

C'è forse una stanchezza culturale a Milano, che si ripercuote anche nella gestione artistica, ma che corrisponde a una mancanza di fermento più complessiva.

Sì, credo dipenda dal fatto che Milano non ha riconosciuto le proprie risorse: perché Umberto Eco deve insegnare a Bologna, non ha un insegnamento a Milano, e viene

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a Milano con le valigie? Che senso ha questo? Perché Dante Isella non viene ascoltato e non può dare i suoi consigli? Milano ha delle risorse ma sono tutte quante nascoste, distaccate da quella che è l’Amministrazione pubblica, c’è una prevalenza di burocrazia, di rapporti politici, di accontentare le varie forze politiche in campo, specialmente le forze politiche che hanno dominato gli ultimi anni di vita milanese e c’è un distacco tra quella che dovrebbe essere la rappresentanza e la città reale.

Parlando

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di Roberto Longhi e di arte lombarda non possiamo non parlare di Giovanni Testori, grande critico milanese, che riconosceva in Longhi il suo maestro e del quale lei era un amico.

Prima di tutto Testori era un grande scrittore e un grande uomo di teatro, se si pensa al suo rapporto con la parola parlata, e beh, è stato veramente straordinario in questo. Anche il suo interesse verso la letteratura lombarda, verso il dialetto, verso le forme espressive lombarde va molto al di là di quello che è stato il tentativo neomanzoniano

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di un’Anna Banti e altri scrittori più o meno condizionati dalla voce. Lui è stato veramente uno scrittore che si è confrontato con Gadda, cioè con un modo di scrivere, di percepire la lingua come un fatto complesso e non isolabile, non circoscrivibile in un ambito geografico ristretto. E trovo che quello che lui ha fatto quando è arrivato al “Corriere” è stato notevole. Non posso mai dimenticare l’articolo con cui lui ha celebrato la riapertura di Brera, s’intitolava: “Milano ha riaperto gli occhi”.

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Fu veramente folgorante. Si sente la mancanza di qualcuno che abbia questa capacità di condensare in un’immagine sensazioni e sentimenti e che riesca a essere così partecipe, com’era Testori. Ho avuto tanti incontri con Testori, siamo stati molto amici e devo dire che era un sostegno di carattere morale quando ero a Brera non indifferente.