Associazione Giovanni Testori

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Van Gogh a Brescia

VAN GOGH A BRESCIA

Dalle parole di Testori un monito ai critici

In occasione della mostra apertasi a Brescia, proponiamo alcuni stralci di uno dei saggi più ostici di Testori. Si tratta dell'introduzione al Catalogo generale dei dipinti di Van Gogh, scritta negli ultimi anni della sua vita. Alle prese con uno di pittori più difficili per chi si confronti in verità con la sua pittura, cercando di guardare dentro all'abbaglio della sua materia, la scrittura testoriana si è fatta compressa e petrosa. Testori mette in guardia

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chi crede di averne capito tutto. Parole destabilizzanti e per questo ancora utili.

Forse è proprio quando s'accinge a scrivere su di lui, che la critica commette, nei riguardi di Van Gogh, la prima e, purtroppo, definitiva viltà. Non scrivo violenza, poiché essa sarebbe in qualche modo responsabilizzante; mentre la viltà usa nascondere le proprie vergogne dietro l'ipotetica cattedra dell'obbiettività. Nel caso specifico, l'obiettività consiste nel presumere di sapere, a priori, cosa sia lei, la pittura,

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e di possederne, per conseguenza, nei propri occhi, nei propri cervelli e, poi, nelle proprie scritture valutative ed espositive, il metro esatto di giudizio. […]

Ma i critici, dominano, dall'alto del loro sapere, il destino pratico di tante (troppe) cose; e nulla li infastidisce come coloro che, dall’antichità ai nostri giorni, mettono in discussione, non già il loro dominio, bensì la supposta limpidità di pensiero critico su cui esso s’appoggia; non importa se vi s’appoggi per cavarne, spesso e volentieri, vantaggi

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che, con esso, nulla hanno a che vedere. Semmai, con il suo esatto ed impudico contrario. […]

Tale critica continua a ritenerlo supremo pittore, ma senza mai avvertire che la sua “supremità” è di natura non tanto diversa, quanto “altra” rispetto a quella normale.

Quasi sempre, se non proprio sempre, Van Gogh distrugge i dipinti che gli vengono posti a lato; e, questo, solo la malafede, la stupidità o il quieto vivere critico, esistenziale e pratico, possono negare che accada. Ma non li distrugge perché sono dipinti

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con maggior splendore e maggior forza (o non propriamente per questo); li distrugge perché essi hanno permesso che, tramite loro, la pittura venisse portata oltre le frontiere della pur massima esaltazione; quelle frontiere di fuoco da cui non è più concesso ritorno. Io penso che sia proprio questo altro, questo “non ritorno”, che genera, tanto nei lettori diminuenti, quanto nei lettori magnificanti, la necessità e, forse, l'obbligo delle loro diverse, ma poi parallele, posizioni. […]

La vera, irraggiungibile grandezza

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di Van Gogh abita proprio nel non essersi costruita per sé abitacolo alcuno; abita, ecco, nell’aver appiccato un fuoco, che non tanto porta verso l'Espressionismo o che altro (è, questa, una lettura del tutto interessata e deviante) ma verso la distruzione stessa della pittura; e ciò, tanto più essa ci si mostra folgorata, vivente e destruentesi in una zona cui mai prima le era accaduto d'accedere.

L'ossimoro che si stabilisce tra strepitosa, abbagliante bellezza e sua negazione e cancellazione, è la stigmata

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di un evento dell’arte di cui, non già l’arte ha avuto paura, bensì i mediocri e complessati facitori della di lei storia. E, tuttavia, solo all’interno, nero e fiammeggiante, suicida e resurrezionale, di quell’ossimoro, la pittura di Van Gogh può essere avvicinata; e, nella misura delle capacità di compromissione d’ognuno, anche partecipata. Fuori da esso, tutto può esser detto (e, dirlo, è certamente cosa buona e necessaria) ma tutto rimane al di qua d’un evento che, invece, è accaduto, su

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quelle ustionate e ustionanti barricate esistenziali, dove il qua e il“là, oltre che contendersi l’universo, reciprocamente s’assediano, s’abbracciano, si feriscono, s’incendiano, si bruciano e s’inceneriscono. Credo che quando, per Van Gogh, si parla di fuoco bisognerebbe, come prima cosa, pensare a questo. A qualcosa, insomma, di molto prossimo, anzi, di molto interno, all’oltranza profeticamente definitiva dell’Apocalisse. Almeno questo, davanti ai suoi quadri, questo e null’altro, noi possiamo, più che pensare, percepire,

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assumere e, per come c’è concesso, partecipare. E, proprio questo, nei limiti del possibile, vorremmo che le presenti, magre parole invitassero a fare. Che se, farlo, dovesse risultare impossibile, aiutino almeno a spegnere la sicumera di chi, dall'alto del proprio sapere, parla di ciò che non conosce. Giusto come accadde a coloro che, ai piedi della Croce, non sapevano ciò che si facevano.

(da L. Arrigoni e G. Testori, Van Gogh. Catalogo completo dei dipinti , 1990)