Associazione Giovanni Testori

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Lombardi incontra Edipus

L'incontro con Edipus

Non mi ero mai sentito così libero. Era come se fossero caduti tutti i blocchi, tutte le resistenze. Provavo un senso di pulizia interiore che mi permetteva di abbandonarmi con sicurezza agli impulsi. Quel tarlo dell’autocritica, che altre volte m'aveva irrigidito, sembrava scomparso e le idee nascevano direttamente durante le improvvisazioni. Il corpo e la voce, che spesso l'attore sente come ingombranti ostacoli sulla via del proprio processo creativo, si erano fatti leggeri e malleabili, come uno strumento perfettamente

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accordato. Mi si presentavano alla mente, durante il lavoro, soluzioni diverse e multiple, in simultaneità. Federico sapeva scegliere quelle più vive. In un caso particolare, proposi in successione tre diverse intonazioni, rispondenti a tre diverse intenzioni, per quando lo Scarrozzante si rivolge alla vecchia stola della sua attrice fedifraga (Povera vulpis!). Ognuna aveva un senso preciso e diverso. Non riuscivo a scegliere. Federico mi disse di tenerle tutte, ripetendo la breve esclamazione tre volte, e creando così una fulminea

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sequenza in cui il racconto delle condizione interiore dello Scarrozzante coincideva con un progressivo denudamento dell’io dell’attore. Si apriva così una sorta si soglia che immetteva in territori sconosciuti.

L'intervallo tra le spinte interiori e la loro espressione si faceva sempre più sottile fino, in certi casi, a scomparire del tutto. La regione non aveva molta parte in questo processo: piuttosto l’intuizione e soprattutto la condizione che mi rendeva possibile cedere a essa senza resistenza alcuna. Provandolo con il corpo »
e non solo con la ragione, comprendevo infine ciò che intendeva Federico per recitazione visibile: la coincidenza tra l'impulso interiore e il suo incarnarsi immediato negli strumenti dell’espressione: il gesto, la voce, il senso del tempo e del ritmo. Una volta ottenuti questi risultati, non mi succedeva come un tempo, di dover penare giorni e giorni per ricreare le condizioni necessarie alla loro rinascita, prima di fissarli in una struttura formale articolata: al contrario, li sentivo saldamente in pugno fin dall’inizio. Capitava a volte »
di manomettere il testo, di spostare di collocazione scene o frammenti di scene, ma anche questo avveniva naturalmente, non per un piano drammaturgico prestabilito ma per qualche necessità scenica o legata al processo creativo in corso, che si manifestava in modo immediato. In tutto questo, io non mi occupavo di me. Non osservavo il mio corpo né mi preoccupavo dei gesti, non mi concentravo sulla voce né sulle intonazioni, né tanto meno mi ponevo il problema del giudizio degli spettatori. Lasciavo che le cose avvenissero, »
secondandone l’emergere con delicatezza. Non mi guardavo né mi ascoltavo, limitandomi a sentire, e a seguire, l’affiorare di qualcosa che veniva dal profondo.

Raramente avevo provato un simile senso di pacificazione nel rapporto con me stesso. Spesso gli attori hanno problemi con il proprio corpo e con le proprie caratteristiche. Vorrebbero essere diversi: più alti, più magri, più robusti, più agili, meno ingombranti, più biondi, più bruni, più visibili, meno visibili… Si sottopongono a

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esercizi torturanti per essere diversi da quello che sono. Credo che pochi non abbiano mai conosciuto questo deserto. È un deserto arido e spinoso, e solo l’averlo attraversato può dare la misura della felicità al momento di approdare all’oasi pacificatrice, fresca, nutriente e sensuale, data dal ritrovamento di un rapporto equilibrato con sé stessi. Trovarla non significherà potervisi stabilire e passarvi il resto delle propria vita. Bisognerà ripartire e affrontare di nuovo il deserto. Ma averla esperita

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almeno una volta lascerà nel corpo una memoria che guiderà i passi per ritrovarla.

Sandro Lombardi, Gli anni felici, pp. 244-246.Nella foto: Sandro Lombardi in Edipus di Testori.